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Delta del Po. In tre parole: unico

 


Articolo: Alessandro Falcone

Tornato a casa, mi son detto che ci ritorno, su questa terra a strisce tra acqua e zanzare.

Abbiamo camminato, guidato e scattato foto per tutto il Delta del Po: tre parole che si pronunciano come fossero una sola, unica.

Foto alle foglie, ai tronchi, ai ruderi, ai ponti di barche, agli aironi e alle canne, alle case senza cuore, sventrate dagli anni e dalle nebbie.

Il museo è stato il prologo. Prima immagine: tutti raccolti esterni, trepidanti, col cancello chiuso. Stringi mani, dici il nome, scambi sguardi, sorrisi, parole di circostanza che nessuno si ricorda. Poi, all’improvviso entriamo.

Seconda immagine: siamo tra pareti di mattoni rossi, con macchinari spenti, fornaci fredde, pulegge che non puleggiano. Sotto la ciminiera altissima, un caffè meccanico prima di partire.

Il casolare tra l’erba è stato il primo. Come un fungo di mattoni nel verde. Ho visto dall’alto fotografi sciamare sul prato. Poi mi ci sono unito ed ho sciolto la Nikon tutta infrarossa d’emozione. Tornando, guarda là, c’è un villaggio Sioux padano. Che strano.

Non sto ad elencare le due case diroccate, né poi quella in fondo. È stato tutto un guardare e fotografare.

Attent’al tetto” era lo scioglilingua. Non andate al piano di sopra, il monito. Chissà se regge, il dubbio.

In una delle mie foto c’è una parete con un solco lungo il viso da cui si vede fuori. Tu chiamale, se vuoi, crepe.

Piccola pausa. Foto ricordo accanto al cerchio nel grano. Che poi non era un cerchio. D’altra parte, nemmeno era grano. Si son sentite le prime invocazioni al cibo. E al bere: il sole di questo sabato è fetente. Qualcuno osserva cùpido l’acqua marrone verdognola del fosso. Ma resiste.

Superato il confine tra la donzella e la gnocca, si va a pranzo fermandosi prima in spiaggia. Una specie. Quel muro che emerge è già in posa. Una volta qui era tutta intera. Ormai basta una esposizione di sei minuti sotto il sole per ascoltare deliri da appetito. Io faccio battute insensate. Vabbè, è ora che andiamo.

Così abbiamo pranzato. Bene. Anzi, benissimo. Almeno credo. È che mi ricordo distintamente solo quel delizioso fresco vinello generoso e allegro.

Il resto della giornata è stato un viaggio a più tappe tra chiacchiere, ponti di barche, sterrati, risate, mettiti in posa, sorridi, dimentica, continua a scattare, stormi di trampolieri ed una capriola tra i rovi che nessuno ha immortalato. Qualcuno raccoglie piume. Che poi la storia delle fotografie dev’essere una specie di scusa per organizzare gite e vedere gente e fare cose, tra cui le fotografie.

Si finisce con la foto di gruppo. Tutti in posa su un piatto da portata per zanzare in festa. Ne facciamo un’altra per sicurezza.

In realtà abbiamo finito davanti ad una birra. Ho conosciuto un branco di persone. Più che un’immagine, è un film.

Dissolvenza.


 

Articolo di Alessandro Falcone.