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ROBA APPOSTA tour in Sicilia

Articolo di Davide “Canesciolto” Rossi      
fotografie di Nicola Bevilacqua

 

Roba Apposta tour, un passo importante perché abbiamo voluto portare il nostro modo di interpretare la fotografia a contatto diretto con la gente della Sicilia, in un programma particolarmente carico.

 

 

Questa terra ti coglie di sorpresa, con i suoi profumi, i sapori, i contrasti, ho imparato a mio rischio e pericolo che a Catania si chiama Arancino e invece a Palermo Arancina, mi ero proposto di controllarmi con il cibo, per fortuna che poi non è andata così…

giovedì 9 maggio arancino, diavola e gelato al pistacchio

arrivo a Catania, accolti dalla splendida ospitalità di Sebastiano & Co, ci dirigiamo subito alla festa di Sant’ Alfio a Lentini, un momento di straordinaria   partecipazione popolare, ci attende una bellissima serata di ritratti e conosciamo il gruppo di sperimentazione fotografica IKOS PHOTO durante una mostra sulla cianotipia.

venerdì 10 maggio granita alla mandorla e brioches

abbiamo appuntamento con i ragazzi dell’ Accademia di Belle Arti di Catania, un incontro esaltante, sono molto colpito dalla loro curiosità e voglia di imparare, la nostra passione li coinvolge e ci seguono oltre l’ orario di scuola

venerdì 10 maggio in serata, arancini e birre in quantità

presentiamo nello studio dell’ associazione SPOT22, la nostra chimica di inversione per carte e pellicole ROBA APPOSTA, realizziamo ritratti su carta fotografica e su pellicole X Ray

 

sabato 11 maggio arancine al ragù

è la volta di prendere il treno per Palermo, ci aspetta un workshop unico organizzato con gli amici di Palermofoto, si tratta di scattare fotografie su carta fotografica diretta e invertirle in positivo con il kit Roba Apposta, tutto con fotocamere grande formato messe gentilmente a disposizione da MCR Cameras di Mimmo Cangemi.

La cosa veramente interessante è che ci sposteremo per la città sfidando le nostre forze e il traffico cittadino

 

 

domenica 12 maggio, da Gigi panino con porchetta e vino locale

si parte con dei test per stabilire la corretta sensibilità della carta fotografica Ilford Multigrade RC da usare con luce naturale, siamo a 3 iso.

Si scende nel traffico cittadino tra divertimento e adrenalina, poi si corre in camera oscura per vedere i risultati dei pezzi unici, alcune immagini sono davvero notevoli.

C’ è tempo per un altro giro di foto, in conclusione si sfoggia la camera 11×14″ per qualche ritratto nello studio di palermofoto

 

 

lunedì 13 maggio, panino con la milza da Rocky

a spasso per la città come i turisti, poche foto, tanti passi, circa 22.000, è il momento di un gelato epico, pistacchio, zuppa inglese, cassata

martedì 14 maggio, tagliata di tonno alla griglia e spiedini siciliani (da sudorazione fredda)

è il giorno in cui fotografiamo per noi, si srotolano pellicole, meno di quante vorremmo

mercoledì 15 penne con pesce spada

siamo nel luogo dove ho mangiato il gelato più buono di tutta la mia vita, “Sferracavaddu”, la partenza è prossima, neanche il tempo delle lacrime, che vediamo la Sicilia dall’ alto.

 

 

 

Il Teatro urbano e la fotografia lenta

workshop con la Roba Apposta a cura di Palermofoto e Branco Ottico

video a cura di Alessandra Bagnasco

 

 

Ed è subito Fine Art

E' un workshop unico, dalla fotografia pensata alla stampa tra le mani, con due docenti come Lina Bessonova e Davide Rossi.

Gli sguardi si fanno intensi, la platea è carica e preparata, i 9 partecipanti sono partiti da Bolzano, Domodossola, Treviso, Ferrara, Vicenza.
Francesco ed Antonio si sono alzati alle 2:30 di notte per arrivare in orario a Polesella, questa è passione vera!

I minuti sono contati, ma abbiamo sempre tempo per sorridere o tagliare uno speck brindando con un vino d' autore, oramai è amore.

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Sperimentare con la fotografia, BrancoType 2018

Durante queste tre giornate del BrancoType Festival, immersi in un contesto paesaggistico e architettonico magico e accogliente, si sono incontrati bambini, adulti, inesperti e professionisti allo stesso livello, senza limiti di età o ambizioni di sorta, ma con una grandissima voglia di conoscersi, ascoltarsi, confrontarsi, mettere mano alla fotografia

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Aspettando il BRANCOTYPE Festival 2018

Articolo:  Aleks Falcone |  Fotografie:  Aleks Falcone, Marco Crivellaro

Happiness is a warm shot. I miei giorni al BrancoType

Colonna sonora: The Beatles, White Album.

 

Un festival di fotografia sperimentale è come un trentatré giri. Si porta le canzoni incise addosso.

Appoggi la puntina e gli eventi scorrono da sé. Basta ascoltare, guardare la copertina, leggere i testi.
Multimediale analogico.
Quando la musica finisce, il fruscio del solco centrale è il suono di ciò che del BrancoType Festival ti resta a girare dentro. Ma se non c’eri, tu che ne sai.

 

 

Track: Blackbird – Era la sera di un giorno duro, giovedì. La cordicella del vip pass s’arricciava.
C’era cibo rapido e vino frizzante.
C’erano artisti colorati, immagini in bianconero, creazioni.
Le foto esposte si lasciavano guardare. Hai visto quelle grandi, dipinte con la luce?

Poi è arrivata l’ora dell’esperimento.

You were only waiting for this moment to arise. Nell’abbassarsi delle luci, l’eccitazione delle cose imminenti.
Prima resta in luce solo il volto. Poi spegnete tutto, anche gli schermi in tasca.
C’è l’artista e una penna luminosa.

Avevi mai visto disegnare nel buio?

Il soggetto resta immobile, agli spettatori è concesso masticare. Apri e chiudi.

 

 

Track: Revolution 9 – Lo scatto è solo l’inizio del gioco. Il mattino di venerdì arriva come un’Alba bionda.
Sara ci racconta il suo modo di piegare le idee con le mani. Colla, oggetti, pennarelli, pensieri, pezzi di plastica e dubbi possono entrare dentro una immagine, basta trovare la porta. Nel mixer metti parole, burro e zucchero, poi immagini biscotti e sforni emozioni dalla stampante.

Tu comincia a fare.

Se serve, usa del cartone. Aggiungi un pezzetto alla volta. Se serve, usa la luce della finestra. Fai il ritratto al risultato e poi vai avanti.

Il talento è non sedersi, l’ispirazione non prende l’ascensore. Sara dice “prova!” e sorride. They are standing still. Tu stampane un’altra e ricominciamo. Io sbroglio la cordicella e vi raggiungo.

 

Track: Glass Onion – Il Banco Ottico (ricordi? Adams, volume uno), conoscerlo di persona è un’altra cosa.
Davide lo presenta a tutti, lui s’inchina e ciascuno avrà modo di sbirciare sotto il panno nero. La prima cosa è la luce. Metti a fuoco un bel volto smerigliato.
La foto segue come un testimone.
To see how the other half live.
Il cortile illuminato, consente varie riflessioni. Il pass è sulla schiena, maledetta cordicella.
Il passo successivo è la camera oscura.

 

 

Track: Savoy Truffle – È il luogo a luci rosse dove impressioni negative si fanno stampe.
Esser positivi, esser sensibili: assegni alle parole altri significati.
The sweat is gonna fill your head.

C’è della magia: dal telefono alla carta fotografica senza cavi e senza gettoni.

Al buio, conta fino a sedici in russo ad alta voce.
Più o meno il tempo che impiega la cordicella per attorcigliarsi, senza mani.
Abracadabra non è la parola giusta, ma è la prima che viene in mente. Fatto lo sviluppo, siamo fotografi adulti.

 

Track: Honey Pie – Passano torme di crepitanti dueruote odorose e vocianti.
Dentro, moduliamo Frequenze Visive, fotografia e pittura, impressioni su libri, vite, arte e altre sciocchezzuole importantissime.
Di tutte le parole, qualcuna ti colpisce, accende una idea, mostra qualcosa che credevi di sapere. Intanto lo stormo va via. Fossero state vespe, avrebbero nidificato.
Come and show me the magic.
Uno dei pionieri del cinema era un illusionista. Tu chiamala, se vuoi, lanterna magica. C’è stato un tempo in cui la Luna di Méliès era famosa.
You became a legend of the silver screen.

Noi ci guardiamo negli occhi, ridiamo.

 

 

Track: Dear Prudence – In fondo al giorno, intenso, ci dedichiamo a fotografie che fermano, per miracolo, identità temporanee, casuali, impreviste, imposte dalla malattia. Memorie di un tempo senza memoria.
Like a little child.
È il tentativo di raccontare un vuoto, la perdita di tutti i tuoi racconti, ricordi, cose, persone, affetti.
Let me see you smile again.
Ecco le foto, il video, le parole.
La serata – intensa, davvero – è breve.
Con gli occhi sullo schermo, sciolgo la cordicella. Una chitarra sottolinea il momento.

 

Track: While My Guitar Gently Weeps – È ora, mi spiace, andiamo, t’accompagno. E invece la fontana, il bambino con l’acqua, le auto che si fermano, guardano e vanno via, un sacco di parole sparse sulla panchina e no che non ti lamenti, continua a parlare.
I don’t know why nobody told you.
Finché il venerdì smette di scorrere e si ferma un attimo, prima di finire.

C’è quel silenzio del giorno prima che non c’è più.

Forse è il momento di salutare. Ciao, ci scriviamo.

 

Track: Don’t Pass Me By – È un sabato che sembra la dépendance di venerdì.

Tra noi c’era della chimica.

Ferrocianuro di potassio, se lo dici col tono giusto, fa paura.
Don’t make me cry, don’t make me blue.
E la cordicella s’arriccia come carta umida.
Se sai usare i pennelli, è ora di mostrarlo. Se sai usare il phon, anche. Il rullo è la felicità d’un fanciullino.
Stampo Roberta in negativo per fare impressione.
Abbronzarsi non è il vero scopo, ma è il primo che viene in mente.
Esponi cinque minuti, poi i tuffi.
I hear the clock a’ticking.
Sciacqua, risciacqua, ossida e poi il posto al sole.

 

 

Track: Cry Baby Cry – La pausa arriva fino al tramonto. L’ora che sboccia il teatro. In queste Stanze, al buio delle candele, silenzio, per favore, fate passare.
Alessandra cerca una uscita.
Perché solo visti da fuori siamo quel che siamo e non chi crediamo di essere.
Make your mother sigh: she’s old enough to know better.

Il fantasma era lei, la bambina lo sarà, nello specchio siamo tutti.

Ora accendi la luce, abbracciala e inchinati. Altrimenti non va via nessuno.

 

 

Track: Everybody’s Got Something to Hide Except for Me and My Monkey – Il sabato finisce in pizzeria. Discorsi leggeri, argomenti profondi.
The higher you fly, the deeper you go.
Ci vuole dell’alcol. La felicità è una pizza calda, quando hai fame.

 

Track: Why Don’t We Do It in the Road? – Metti una domenica mattina a parlare di composizione con ‘sta cordicella arravogliata al collo.
Why Don’t We Do It in the Road?
Poi qualcuno propone escursioni.
Why Don’t We Do It in the Road?
Ma è ora di pranzo. Aspettiamo il gran finale.

 

Track: Helter Skelter – Chiedi cos’è steampunk, ed ecco le macchine, i teschi, i dettagli rivelatori. Ci sono regine, armi grandiose, scene curiose. Il professore fuma la pipa.
I’m coming down fast but I’m miles above you.
È il futuro di un passato alternativo. Passiamo anche noi, prendiamo immagini e torniamo.
Dimentica tutto, allunga la focale e scatta. La ragazza beve del the, una lady alata è lì che non vola.
She’s coming down fast, yes, she is.
Seguili fuori. Orologio non è la parola giusta ma è la prima che viene in mente. Ora spostati, fa un passo indietro, look out, ‘cause here she comes, lasciala passare, cogli l’attimo della foto ricordo. Come se tutto ciò si potesse scordare.

 

 

Track: Happiness is a Warm Gun – Non ci pensi, ma tutto ha una fine. Finisce che nella foto ricordo ci sono pure io. La cordicella finalmente tranquilla.
The man in the crowd with the multicolored mirrors on his hobnail boots.
Non ci pensi subito, perché il fruscio ti resta a girare dentro. Aspetti finché smette. Ed è in quel preciso momento che comincia a mancarti.

Ma se non c’eri, tu che ne sai.

Bonus track: I’m So Tired.

 

 

 

Home made Fuji Instax large format camera

Experiment by: Daniele Sandri |  Written by: Davide “Canesciolto” Rossi

La fantasia è alla base del mio modo di interpretare la fotografia attraverso la creazione di fotocamere.

Al Festival della Fotografia Sperimentale chiamato BRANCOTYPE e organizzato dal gruppo di sperimentazione BRANCO OTTICO, mi sono imbattuto in molti esperimenti che mi hanno ispirato e trascinato attraverso nuove strade da percorrere.

Fantasy is the basis of my way of interpreting photography through the creation of various kinds of cameras.

At the Experimental Photography Festival called BRANCOTYPE and organized by the group of experimentation BRANCO OTTICO, I came across many experiments that have me inspired and dragged through new paths to follow.

BRANCOTYPE Festival 2017

Le fotocamere grande formato erano rimaste a me sconosciute fino a quel momento e non resistevo dalla voglia di metterci mano e progettare qualcosa di nuovo.

Ho quindi trascorso ore in rete a cercare materiale informativo per poter iniziare la costruzione di una piccola fotocamera grande formato, partendo da chassis di una Rolleiflex, acquistati insieme a un dorso originale Rolleicord degli anni ’50.

Il progetto nella mente si è velocemente trasformato in prototipo con ottica “Industar” 23  f/4.5 110mm recuperato su EBAY per 30 euro, il resto dei materiali l’ ho reperito facendo un giro nella ferramenta più vicina a casa.


A fotocamera ultimata ho eseguito dei test per constatarne il corretto funzionamento, per verificare la tenuta di luce ho usato della carta fotografica diretta negativa, materiale che utilizzo normalmente per gli esperimenti nelle mie pinhole cameras.

La fase costruttiva più delicata, è riuscire ad avere una perfetta corrispondenza di messa a fuoco tra vetro smerigliato e materiale sensibile, ovvero, ciò che si vede quando si fa l’ inquadratura deve apparire uguale al risultato dello scatto fotografico.

The large format cameras had remained unknown to me until then and not I resisted the desire to get by and design something new.

 

Then I spent hours on the net looking for information material to start construction of a small large format camera, starting from a Rolle flex chassis, purchased along with an original Rolle cord back from the 50s.

The project in mind quickly turned into a prototype with “Industar” 23  f / 4.5 optics 110mm recovered on EBAY for 30 euros, the rest of the materials I found by walking around closer to home.

When the camera was finished I ran tests to see if it worked properly, I check the tightness of light I used direct photographic negative paper, the material I use normally for experiments in my pinhole cameras.

The most delicate construction phase is to be able to have a perfect correspondence of setting up fire between frosted glass and sensitive material, that is, what you see when you do the framing must appear equal to the result of the photo shoot.

Ho deciso poi di creare un sistema compatibile con le pellicole istantanee Fuji Instax Mini, giusto per rendere la cosa ancora più divertente.

Per permettere la fase di sviluppo delle istantanee Fuji, è necessario farle scorrere attraverso la pressione di particolari rulli, che io ho recuperato da una vecchia Polaroid, i quali attivano le chimiche rilasciate da piccoli serbatoi.

Sono quasi le quattro del pomeriggio, la curiosità mi travolge, non posso resistere ed esco a scattare una foto banalissima alla prima cosa che mi trovo davanti, la mia auto parcheggiata.
Calcolo i tempi di esposizione con una app sul cellulare,

Therefore, I decided to create a system compatible with the Fuji Instax Mini instant films, just to make it even more fun.

To allow the development phase of Fuji snapshots, it is necessary to run them through the pressure of particular rollers, which I have recovered from an old Polaroid, which activate the chemicals released from small tanks.

It is almost four o’clock in the afternoon, curiosity overwhelms me, I cannot resist and I go out to take a very trivial photo of the first thing in front of me, my car parked.
Calculate exposure times with an app on your phone,

800 iso, 1/50, f/16

CLICK!

Metto subito il porta pellicole Fuji al buio dentro una changing bag per fare scorrere la pellicola tra i rulli, sviluppandola.

Apro la changing bag e con grande emozione vedo l’ immagine formarsi davanti ai miei occhi.

Preso dallo slancio, continuo a scattare foto in modo casuale felice di aver raggiunto il mio scopo, un altro esperimento ha visto la luce.

 

Immediately I put the Fuji film holder in the dark inside a changing bag to slide the film
Between the rollers, and I developing it.

I open the changing bag and with great emotion I see the image forming before my eyes.

Taken by the momentum, I continue to take pictures randomly happy to have reached mine purpose; another experiment has seen the light.

 

Quando i fotografi erano ricchi

Introduzione e intervista: Davide Rossi 

 

Qualsiasi lavoro si faceva col sorriso e le idee venivano fuori sorridendo

Sergio Maraboli, classe 1945, ci racconta svariati episodi estratti da oltre quarant’ anni di carriera professionale nel mondo della fotografia pubblicitaria.

Professionista dal 1974, oggi lavora ancora come collaboratore nello studio delle sue ex assistenti.

Di cose da dire e insegnare ne ha veramente tante il buon Sergio, le sue storie sono intrise di emozioni di un’epoca in cui il mestiere del fotografo, era circondato da un’ alone di rispetto per la propria figura professionale.
Le idee creative facevano la differenza ed il valore economico delle prestazioni non aveva prezzo.

Negli anni ottanta sei foto potevano costare sei milioni di lire, un servizio fotografico di un lavoro creativo con la vendita dei diritti sulle immagini, poteva valere una Range Rover nuova di zecca.

Il lavoro era tale da poter scegliere quello che si preferiva, si poteva viaggiare giorni all’estero per qualche scatto soltanto, ci si compravano attrezzature mostruose con i soldi nelle tasche…

Certo che nulla era regalato, solo che creatività e capacità venivano ampiamente riconosciute, anche perché potevano far decollare brand e prodotti in breve tempo.

I fotografi erano pochi e preparatissimi.

 

Alcune fotografie di Sergio Maraboli

Come è stata fatta?

 

Ma niente nostalgie, le cose sono cambiate e si va avanti inseguendo i mutamenti in tutte le professioni, una cosa non è più la stessa ci dice Sergio, il modo leggero e divertente con cui si affrontava il lavoro, lo scambio diretto e piacevole tra soggetti e professionisti, la spinta emotiva nel creare sempre nuove idee da proporre al cliente, non c’erano budget, si faceva quello che c’era da fare.

Ecco una buona storia raccontata direttamente dalla voce del protagonista, il quale ci spiega anche come si facevano le elaborazioni delle immagini prima dell’arrivo di photoshop.

 

Ascolta l’intervista:

 

 

 

 

Fotografia e terza dimensione

Articolo e fotografie: Davide Rossi

Ho un’ idea molto precisa di cosa intendo con il termine “qualità” ogni volta che mi trovo davanti ad una fotografia.

Già la parola fotografia ci costringe ad una selezione di carattere storico-culturale alla quale non possiamo sottrarci, ognuno di noi già da questo punto, è pregato di fare esame di coscienza attraverso una pillola per la stimolazione dell’onestà intellettuale, sono sullo scaffale tra le medicine invendute.

L’ esperimento che segue è rivolto a tutti quelli che NON scambiano l’accezione del termine “qualità” con l’ingrandimento al 100% sul monitor del PC, di una foto scattata a 35mp.

E qui ho già scremato l’85% dei foto-praticanti.

Quelli che restano sul pezzo, devono avere il coraggio di guardare avanti con gli occhi e indietro con la mente.

Adesso proviamo a raccogliere dei dati oggettivi per poterci orientare anche timidamente nel rispondere a certi quesiti che contengono termini alternativi a brightness, effects, megapixel, noise, resize, resolution, sharpen, saturation… altri termini disponibili sullo scaffale dei più venduti.

Che cosa sto cercando veramente con il gesto del fotografare?

Risposte esempio:

  • di accontentare i fan della mia pagina
  • di accontentare gli amici del club
  • di fare quello che mi hanno detto
  • di ripetere quello che ho visto sul web
  • di postare la foto e dimenticarla
  • di giocare con le attrezzature

Personalmente ritengo che la forma espressiva fotografica necessiti, piuttosto che di una rappresentazione documentativa modificata della realtà, di interpretazione oltre la forma estetica, in un processo che sviluppa contenuti mentali e contenuti visivi.

Se è vero che la figurazione estetica costruisce il reale, ovvero con la tecnica e l’inquadratura noi rappresentiamo forme, norme, regole, criteri e valori, con l’interpretazione come riflessione dell’esperienza possibile dovremmo invece rispondere alla domanda fatta sopra, cosa sto cercando nella fotografia?

Riusciamo a rispondere a questa domanda, oppure l’attuale sistematica metodologia di acquisizione delle immagini impedisce al pensiero di andare oltre ad una mera organizzazione di forma?

E attenzione!

Perché con quanto detto non intendo assolutamente riferire accuse unicamente alla tecnologia digitale, è più che altro una cultura contemporanea che sfrutta persone e mezzi per l’ottenimento del consenso nella massima velocità e nel massimo risultato di ascolti sui social, un modus operandi che ha oltrepassato la linea su cui si rimaneva imprigionati con il mezzo.

La scadenza propositiva mentale facilita chi fa uso di tecniche particolari per affermarsi comunque pur non avendo nulla da dire, la fotografia della tecnica senza la sostanza, altroché HDR, qua si va dal collodio alle antiche tecniche di stampa.

Nel mio piccolo test tra sistemi ho cercato di rappresentare il mito della profondità, della prospettiva e quindi della terza dimensione, un tema trattato con rarità.
Da molti anni studio il fenomeno e sono giunto ad alcune conclusioni di buon senso, ma prima di rivelarle è doveroso ribadire alcuni passaggi storici in un succo concentrato.

L’idea geometrica della prospettiva si affermò in pittura già nel Rinascimento italiano, possiamo dare ad essa la seguente definizione:
” La prospettiva designa un metodo di organizzazione della superficie piana dove tutti gli elementi rappresentati, cielo, oggetti, figure, sono considerati da un unico punto di vista e le dimensioni delle parti sono calcolate matematicamente in base alle distanze tra oggetti e soggetti 

Leon Battista Alberti Architetto e umanista ( 1404-1472), fu il primo a codificare le regole prospettiche attraverso la cosiddetta “piramide visiva“,

piramide visiva

sebbene l’arte della prospettiva non sia un’invenzione Rinascimentale emersa dal nulla, la macchina del tempo ci spinge ben più in là su una teoria di origine araba, un mix tra raggi visivi e geometria della luce, la figura ci mostra comunque, che vi è una complicità tra immagine e sguardo.

E’ importante essere coscienti del fatto che lo “sguardo” o il “punto di vista” sulla prospettiva, non è slegato da una determinata cultura, le sue basi sono connesse con tutto un insieme di valori cresciuti attraverso un processo di conoscenza collettiva, consuetudini sociali, politiche, economiche.

Si, il concetto di profondità è tutto questo, ma anche molto di più.

Il mondo reale è privo di immagini bidimensionali, una rappresentazione di due sole dimensioni che non abbia una collocazione spaziale, non è concepibile dalla mente umana.

L’applicazione delle regole prospettiche torna prepotentemente nella street art con la tecnica definita disegno 3D.

La prospettiva applicata è quella accelerata, la quale estremizza la visione con l’inganno ottico, la percezione di questi effetti sorprendenti è possibile soltanto da un punto di vista. Se infatti dovessimo girare attorno all’immagine essa tornerebbe nella sua bidimensionalità. La tecnica di realizzazione è molto complessa e necessita dell’uso di corde, convergenti in un punto per la creazione della struttura di base, poi segue la colorazione che completa la sensazione di tridimensionalità.

Nell’arte della pittura, la resa della tridimensionalità in un’opera di fatto bidimensionale, è chiamata Plasticità, cioè la capacità di articolarsi nello spazio in modo più o meno accentuato.

Il Ritratto di giovane donna è un dipinto olio su tavola di Rogier Van Der Weyden, databile al 1460 circa e conservato nella National Gallery of Art di Washington
Il Ritratto di giovane donna è un dipinto olio su tavola di Rogier Van Der Weyden, databile al 1460 circa e conservato nella National Gallery of Art di Washington

La si ottiene con vari stratagemmi, con il chiaroscuro, con la variazione degli spessori e dei volumi delle figure.
Già dal quinto secolo a.C. la questione fu affrontata dai pittori greci, in Italia si studiò il problema di come la luce possa illuminare realisticamente un soggetto, evidenziandone un maggiore realismo e quindi senso di rilievo, alla fine del XIII secolo.

Molte scoperte vennero sviluppate da Giotto e Masaccio, fino alla piena espressione dei volumi di Michelangelo e Raffaello.

In fotografia è possibile sviluppare il concetto di plasticità attraverso l’impiego di determinate attrezzature e con l’ausilio della tecnica.

Il punto di messa a fuoco, con la gestione della profondità di campo, sono sicuramente gli elementi principali di studio necessari ad ottenere i primi risultati, i quali possono variare in funzione di ottica impiegata, apertura del diaframma, e distanza del soggetto.

La profondità di campo viene definita estesa quando nell’immagine è tutto perfettamente nitido, oppure ridotta quando invece è percepibile lo sfuocato ed il punto di fuoco si riduce al minimo.
Attraverso lo studio della composizione e della luce, si può ottenere una variabile sensazione di tridimensionalità, sia che scegliamo di realizzare la foto tutta nitida, sia che scegliamo di farla nitida in un sol punto e di sfuocare il resto nella maniera maggiore possibile.

La variabile ulteriore, che può determinare una differenza in questo tipo di ricerca oltre a ottica, diaframma e distanza del soggetto, è la scelta del formato fotografico impiegato.

Le fotocamere grande formato hanno la peculiarità di poter aumentare molto la sensazione di tridimensionalità grazie ai corpi mobili, i quali permettono esaurienti correzioni prospettiche con i movimenti di decentramento, ma anche soluzioni creative insolite nella scelta dei piani di fuoco attraverso il basculaggio.

 

 

Le mie conclusioni finali in ambito di tridimensionalità mi hanno condotto ad una drastica soluzione in materia di attrezzature e tecnica adottata, ma soprattutto posso testimoniare e provare abbondantemente, che la materia assoluta capace di raggiungere la tridimensionalità, è la pellicola.
Se si cercano la profondità o la plasticità, quella è la via!

E’ inutile perdere tempo in chiacchiere su sistemi o tecnologie, dopo molti anni di sperimentazione nel mio laboratorio, il Fine Art Labo, posso liberamente affermare e dimostrare, che la pellicola rende la sua massima tridimensionalità attraverso le lenti di un ingranditore.
Ho stampe in cui oggetti e soggetti sembrano posati sopra la carta fotografica, negli ingrandimenti spinti, ovvero in stampe fino a 1,70 metri di lunghezza, si ha la sensazione di cadere dentro l’immagine, in pratica una versione fotografica della prospettiva accelerata proposta da Julian Beever nelle sue opere di street art.

Il punto di messa a fuoco in un ritratto realizzato in grandissimo formato, è talmente selettivo da ridurre la profondità di campo a pochi millimetri, le straordinarie possibilità di basculaggio permettono di seguire anche la rotazione ed inclinazione che può avere il soggetto.

In questi casi è necessario l’uso di una speciale stampella che mantiene immobile il soggetto, la sfocatura è talmente ampia da mettere a rischio il lavoro spostando il punto di fuoco dagli occhi alla punta delle ciglia.

Il respiro è anch’esso un rischio.

Meglio evitarlo nel momento dello scatto.

 

 

L’esperimento finale mostra i risultati di un confronto tra sistemi, il 35mm, il grande formato 10x12cm (4×5″) ed il grandissimo formato 20x25cm (8×10″), nel quale la parte sensibile è formata da ben 4 pellicole piane 10×12 unite insieme con del nastro adesivo trasparente nello chassis portapellicola.

La differenza dello sfuocato e della profondità di campo tra i diversi formati sono notevoli, fatta opportuna considerazione del divario visivo tra pellicole nella realtà e viste dal monitor, si potrebbe testimoniare che nel formato 20x25cm assumono un aspetto di livello mistico, l’uso della pellicola nella sua specifica peculiarità di rotondità, colore, spessore materico, sfumature infinite, portano l’occhio a raggiungere un livello di soddisfazione visiva tale da placare la mia sete di tridimensionalità.

Ecco finalmente tradotto il mio personale significato della parola qualità, voi raccontate il vostro.

 

 

Come costruirsi la propria Macchina Fotografica

articolo di DAVIDE ROSSI
" Ciao! Devo costruire delle fotocamere di cartone con scatole da scarpe, mi serve una cosa semplice e che funzioni bene perchè devo insegnare fotografia ai bambini in Albania e là non ci sono tante possibilità...

Inoltre servirebbe un modo per sviluppare istantaneamente le foto, ci dobbiamo arrangiare, non ci sono mica laboratori o cose simili, si può fare??
 Ah, una cosa importante, devo poter contare su tempi di posa abbastanza veloci, mica posso imbalsamare i bambini per fare una foto..."

"Ok, nessun problema!"

Questa espressione è un po’ il mantra del mio studio-laboratorio Fine Art Labo, risposi così anche a quelle strane domande fatemi da Corrado, che ho conosciuto in un social network.
Corrado, fotografo di mestiere, presta volontariato fin dall’infanzia, durante gli anni di attività in Italia, Africa e Albania, ha compreso a fondo l’importanza di aiutare persone più svantaggiate, cogliendo i valori di un reciproco arricchimento morale.

” Non mi sento rappresentato da questa società, sempre maggiormente basata sull’ipocrisia e sul cattivo esempio, promette ma non mantiene, mi sento cittadino del mondo e non prigioniero di un Paese… tanto meno di 4 mura.”

In Albania terrà dei laboratori didattici sulla fotografia, insieme ai bambini creerà delle macchine fotografiche partendo da una scatola da scarpe, aveva bisogno della mia collaborazione per raggiungere il suo scopo e si presentò nel mio studio con una scatola, nastro adesivo, forbici, taglierino e puntatrice.

” sono mesi che studio la situazione a Scutari, Albania, la mia intenzione è svolgere in loco il lavoro di fotografo una volta finito il periodo di volontariato. Vorrei poter fare un vero e proprio reportage assistito dalla mia compagna Federica.”

Corrado aveva già costruito un prototipo che si basava sul principio del foro stenopeico.

Esso fonda il proprio funzionamento sull’ esempio dell’occhio umano, stiamo parlando di intuizioni ed accostamenti alla camera oscura, fatti da Leonardo Da Vinci intorno al 1500.

costruirsi la propria macchina fotografica - occhio

Il foro stenopeico, ovvero un semplice forellino di qualche decimo di millimetro sulla superficie di un oggetto, lascia passare una parte dei raggi luminosi i quali vengono proiettati all’interno dell’oggetto stesso formando un’immagine che ha due caratteristiche, quella di essere reale, quindi proiettata su uno schermo e quella di essere capovolta.

costruirsi la propria macchina fotografica - Camera ObscuraQuesto genere di fotografia ha caratteristiche molto particolari, estesa profondità di campo, nitidezza limitata ed ha bisogno di molta luce per compensare le dimensioni infinitesimali del forellino, che spesso costringe a tempi di posa molto lunghi.

Corrado definisce il suo prototipo “scatola fotografica professionale” poiché è costruita con una lente di ingrandimento biconvessa al posto del forellino, la quale fornisce una lunghezza focale di 90mm e permette una apertura fissa di f2, garantendo una luminosità eccellente e di conseguenza un tempo di posa breve, che calcolai in 1/60 all’ombra.
Il risultato fotografico si discostava dal classico foro stenopeico.
Il progetto necessitava però di diverse modifiche per poter funzionare bene e dare un risultato fotografico di impatto, costante. La volontà e era quella di creare un oggetto da poter riprodurre in serie facilmente, costituito di materiali reperibili nel cassetto della credenza.

 

 

Decisi di usare della carta fotografica diretta come materiale sensibile da porre dentro la “scatola fotografica”, è l’unica via per poter sviluppare delle foto in luce di sicurezza di una camera oscura improvvisata, magari trasportabile. Un bel vantaggio per chi può contare solo sulle proprie risorse e si trova in giro per il mondo, l’ unico problema da superare è la bassissima sensibilità delle carte che si aggira intorno a ISO 3 e che in genere costringe a tempi di posa molto lunghi.

La scatola prototipo era stata arricchita da un sistema di messa a fuoco mobile costituito da una scatola più piccola che scorre all’interno di quella più grande e con un bellissimo vetro smerigliato fatto con il nylon di una sportina. Visione progettuale affascinante, ma poco funzionale, la scatola tirava dentro parecchia luce……
Ovviai al problema con un piccolo pezzo di stoffa nera posto sulla sezione della scatola dedicata alla messa a fuoco.
Adesso mancava un otturatore, la lente usata è talmente luminosa da non poter permettere il classico uso di un tappo per eseguire la posa, tutti i risultati davano una forte sovraesposizione.

Serviva una cosa facile da usare e costruire, che permettesse di ottenere un tempo di otturazione di 1/60 di secondo circa. Mi inventai una tendina a tenuta di luce fatta di cartoncino e pass-partout, per azionarla è sufficiente tirarla con la mano, si presenta brutta da vedere, ingombrante, ma funziona.
Ultimate le modifiche ed aggiustato il prototipo, iniziammo una sperimentazione estenuante, fatta di fondamenti di fotografia e tentativi di esposizione. La lunga giornata di lavoro condusse a dei buoni risultati, la messa a fuoco variabile si confermò efficace per le foto di ritratto.

 

” In Africa vado in Togo tramite l’associazione Oltre i Confini Onlus (alla quale è possibile destinare il 5×1000). Là il compito dei volontari è quello di costruire una scuola. Abbiamo scelto questa destinazione perché ci da la possibilità di vivere assieme alle persone del posto, in quel villaggio manca anche l’indispensabile come l’acqua e la corrente elettrica.

La soddisfazione più grande? Ricevere un grazie o un sorriso sincero ma soprattutto vedere che unendo le conoscenze e le forze si possono ottenere risultati inimmaginabili”