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Fotografia e terza dimensione

Articolo e fotografie: Davide Rossi

Ho un’ idea molto precisa di cosa intendo con il termine “qualità” ogni volta che mi trovo davanti ad una fotografia.

Già la parola fotografia ci costringe ad una selezione di carattere storico-culturale alla quale non possiamo sottrarci, ognuno di noi già da questo punto, è pregato di fare esame di coscienza attraverso una pillola per la stimolazione dell’onestà intellettuale, sono sullo scaffale tra le medicine invendute.

L’ esperimento che segue è rivolto a tutti quelli che NON scambiano l’accezione del termine “qualità” con l’ingrandimento al 100% sul monitor del PC, di una foto scattata a 35mp.

E qui ho già scremato l’85% dei foto-praticanti.

Quelli che restano sul pezzo, devono avere il coraggio di guardare avanti con gli occhi e indietro con la mente.

Adesso proviamo a raccogliere dei dati oggettivi per poterci orientare anche timidamente nel rispondere a certi quesiti che contengono termini alternativi a brightness, effects, megapixel, noise, resize, resolution, sharpen, saturation… altri termini disponibili sullo scaffale dei più venduti.

Che cosa sto cercando veramente con il gesto del fotografare?

Risposte esempio:

  • di accontentare i fan della mia pagina
  • di accontentare gli amici del club
  • di fare quello che mi hanno detto
  • di ripetere quello che ho visto sul web
  • di postare la foto e dimenticarla
  • di giocare con le attrezzature

Personalmente ritengo che la forma espressiva fotografica necessiti, piuttosto che di una rappresentazione documentativa modificata della realtà, di interpretazione oltre la forma estetica, in un processo che sviluppa contenuti mentali e contenuti visivi.

Se è vero che la figurazione estetica costruisce il reale, ovvero con la tecnica e l’inquadratura noi rappresentiamo forme, norme, regole, criteri e valori, con l’interpretazione come riflessione dell’esperienza possibile dovremmo invece rispondere alla domanda fatta sopra, cosa sto cercando nella fotografia?

Riusciamo a rispondere a questa domanda, oppure l’attuale sistematica metodologia di acquisizione delle immagini impedisce al pensiero di andare oltre ad una mera organizzazione di forma?

E attenzione!

Perché con quanto detto non intendo assolutamente riferire accuse unicamente alla tecnologia digitale, è più che altro una cultura contemporanea che sfrutta persone e mezzi per l’ottenimento del consenso nella massima velocità e nel massimo risultato di ascolti sui social, un modus operandi che ha oltrepassato la linea su cui si rimaneva imprigionati con il mezzo.

La scadenza propositiva mentale facilita chi fa uso di tecniche particolari per affermarsi comunque pur non avendo nulla da dire, la fotografia della tecnica senza la sostanza, altroché HDR, qua si va dal collodio alle antiche tecniche di stampa.

Nel mio piccolo test tra sistemi ho cercato di rappresentare il mito della profondità, della prospettiva e quindi della terza dimensione, un tema trattato con rarità.
Da molti anni studio il fenomeno e sono giunto ad alcune conclusioni di buon senso, ma prima di rivelarle è doveroso ribadire alcuni passaggi storici in un succo concentrato.

L’idea geometrica della prospettiva si affermò in pittura già nel Rinascimento italiano, possiamo dare ad essa la seguente definizione:
” La prospettiva designa un metodo di organizzazione della superficie piana dove tutti gli elementi rappresentati, cielo, oggetti, figure, sono considerati da un unico punto di vista e le dimensioni delle parti sono calcolate matematicamente in base alle distanze tra oggetti e soggetti 

Leon Battista Alberti Architetto e umanista ( 1404-1472), fu il primo a codificare le regole prospettiche attraverso la cosiddetta “piramide visiva“,

piramide visiva

sebbene l’arte della prospettiva non sia un’invenzione Rinascimentale emersa dal nulla, la macchina del tempo ci spinge ben più in là su una teoria di origine araba, un mix tra raggi visivi e geometria della luce, la figura ci mostra comunque, che vi è una complicità tra immagine e sguardo.

E’ importante essere coscienti del fatto che lo “sguardo” o il “punto di vista” sulla prospettiva, non è slegato da una determinata cultura, le sue basi sono connesse con tutto un insieme di valori cresciuti attraverso un processo di conoscenza collettiva, consuetudini sociali, politiche, economiche.

Si, il concetto di profondità è tutto questo, ma anche molto di più.

Il mondo reale è privo di immagini bidimensionali, una rappresentazione di due sole dimensioni che non abbia una collocazione spaziale, non è concepibile dalla mente umana.

L’applicazione delle regole prospettiche torna prepotentemente nella street art con la tecnica definita disegno 3D.

La prospettiva applicata è quella accelerata, la quale estremizza la visione con l’inganno ottico, la percezione di questi effetti sorprendenti è possibile soltanto da un punto di vista. Se infatti dovessimo girare attorno all’immagine essa tornerebbe nella sua bidimensionalità. La tecnica di realizzazione è molto complessa e necessita dell’uso di corde, convergenti in un punto per la creazione della struttura di base, poi segue la colorazione che completa la sensazione di tridimensionalità.

Nell’arte della pittura, la resa della tridimensionalità in un’opera di fatto bidimensionale, è chiamata Plasticità, cioè la capacità di articolarsi nello spazio in modo più o meno accentuato.

Il Ritratto di giovane donna è un dipinto olio su tavola di Rogier Van Der Weyden, databile al 1460 circa e conservato nella National Gallery of Art di Washington
Il Ritratto di giovane donna è un dipinto olio su tavola di Rogier Van Der Weyden, databile al 1460 circa e conservato nella National Gallery of Art di Washington

La si ottiene con vari stratagemmi, con il chiaroscuro, con la variazione degli spessori e dei volumi delle figure.
Già dal quinto secolo a.C. la questione fu affrontata dai pittori greci, in Italia si studiò il problema di come la luce possa illuminare realisticamente un soggetto, evidenziandone un maggiore realismo e quindi senso di rilievo, alla fine del XIII secolo.

Molte scoperte vennero sviluppate da Giotto e Masaccio, fino alla piena espressione dei volumi di Michelangelo e Raffaello.

In fotografia è possibile sviluppare il concetto di plasticità attraverso l’impiego di determinate attrezzature e con l’ausilio della tecnica.

Il punto di messa a fuoco, con la gestione della profondità di campo, sono sicuramente gli elementi principali di studio necessari ad ottenere i primi risultati, i quali possono variare in funzione di ottica impiegata, apertura del diaframma, e distanza del soggetto.

La profondità di campo viene definita estesa quando nell’immagine è tutto perfettamente nitido, oppure ridotta quando invece è percepibile lo sfuocato ed il punto di fuoco si riduce al minimo.
Attraverso lo studio della composizione e della luce, si può ottenere una variabile sensazione di tridimensionalità, sia che scegliamo di realizzare la foto tutta nitida, sia che scegliamo di farla nitida in un sol punto e di sfuocare il resto nella maniera maggiore possibile.

La variabile ulteriore, che può determinare una differenza in questo tipo di ricerca oltre a ottica, diaframma e distanza del soggetto, è la scelta del formato fotografico impiegato.

Le fotocamere grande formato hanno la peculiarità di poter aumentare molto la sensazione di tridimensionalità grazie ai corpi mobili, i quali permettono esaurienti correzioni prospettiche con i movimenti di decentramento, ma anche soluzioni creative insolite nella scelta dei piani di fuoco attraverso il basculaggio.

 

 

Le mie conclusioni finali in ambito di tridimensionalità mi hanno condotto ad una drastica soluzione in materia di attrezzature e tecnica adottata, ma soprattutto posso testimoniare e provare abbondantemente, che la materia assoluta capace di raggiungere la tridimensionalità, è la pellicola.
Se si cercano la profondità o la plasticità, quella è la via!

E’ inutile perdere tempo in chiacchiere su sistemi o tecnologie, dopo molti anni di sperimentazione nel mio laboratorio, il Fine Art Labo, posso liberamente affermare e dimostrare, che la pellicola rende la sua massima tridimensionalità attraverso le lenti di un ingranditore.
Ho stampe in cui oggetti e soggetti sembrano posati sopra la carta fotografica, negli ingrandimenti spinti, ovvero in stampe fino a 1,70 metri di lunghezza, si ha la sensazione di cadere dentro l’immagine, in pratica una versione fotografica della prospettiva accelerata proposta da Julian Beever nelle sue opere di street art.

Il punto di messa a fuoco in un ritratto realizzato in grandissimo formato, è talmente selettivo da ridurre la profondità di campo a pochi millimetri, le straordinarie possibilità di basculaggio permettono di seguire anche la rotazione ed inclinazione che può avere il soggetto.

In questi casi è necessario l’uso di una speciale stampella che mantiene immobile il soggetto, la sfocatura è talmente ampia da mettere a rischio il lavoro spostando il punto di fuoco dagli occhi alla punta delle ciglia.

Il respiro è anch’esso un rischio.

Meglio evitarlo nel momento dello scatto.

 

 

L’esperimento finale mostra i risultati di un confronto tra sistemi, il 35mm, il grande formato 10x12cm (4×5″) ed il grandissimo formato 20x25cm (8×10″), nel quale la parte sensibile è formata da ben 4 pellicole piane 10×12 unite insieme con del nastro adesivo trasparente nello chassis portapellicola.

La differenza dello sfuocato e della profondità di campo tra i diversi formati sono notevoli, fatta opportuna considerazione del divario visivo tra pellicole nella realtà e viste dal monitor, si potrebbe testimoniare che nel formato 20x25cm assumono un aspetto di livello mistico, l’uso della pellicola nella sua specifica peculiarità di rotondità, colore, spessore materico, sfumature infinite, portano l’occhio a raggiungere un livello di soddisfazione visiva tale da placare la mia sete di tridimensionalità.

Ecco finalmente tradotto il mio personale significato della parola qualità, voi raccontate il vostro.

 

 

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