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Standard process for black & white film reversal

Experiment: Davide Rossi  Written by: Davide Rossi    With the support of the Fine Art photographic laboratory: Fine Art Labo

 

Diapositiva: trasparenza, vedere attraverso, attraversata dalla luce

materiali occorrenti: pellicole bianco e nero di vari formati e tipologie, chimiche, tank, funky music.

Tempo necessario per l’ esperimento: oltre 4 giorni.

 

COSA

Credo che in fotografia la sperimentazione alimenti il fuoco della passione.

Ci sono infinite vie per approfondire la propria conoscenza fotografica, la sorpresa che può provocare in noi stessi il risultato di un evento sperimentale, è elettrizzante!

Tra gli esperimenti in programma avevo in lista quello di approfondire i miei rudimentali tentativi di invertire in positivo ogni tipologia e formato di pellicola bianco e nero in commercio e fuori produzione o destinata ad altri usi come i film per arti grafiche.

Per intraprendere questi percorsi è necessaria una buona esperienza della camera oscura in maniera tale da potersi muovere con le giuste cautele e per evitare di buttare molti materiali senza ottenere risultati.

 

Slide: transparency, see through, crossed by light 

Materials needed: black and white films of various sizes and types, chemicals, tank, funky music.

Time needed for the experiment: over 4 days.

WHAT

I think in photography the experiment set fire to the passion.

There are endless ways to deepen the photographic knowledge, the surprise that can result on an experimental event, is electrifying!

In my experiment program I had on the list to deepen my rudimentary attempts to reverse every type and format of black and white film in and out of production for other uses such as graphic arts films.

To undertake these pathways, it is necessary to have a good knowledge of the darkroom so that you can move with the right care and to avoid throwing many materials without getting results.

 

PERCHE’

Ma perché invertire una pellicola bianco e nero per ottenerne un positivo?

Perché è la via per creare un originale diretto dalla ricchezza di dettaglio straordinaria, perché è unico e reso vivo dalla luce, perché si può retroilluminare facendone un oggetto fotografico di design.

E’ realmente una fotografia dettagliatissima, con sfumature coinvolgenti e densità profonde che rapiscono gli occhi destando meraviglia.

8×10″ Camera, old orthochromatic film 12iso, 360mm lens

Ciò che si vede non è da tutti i giorni, non è un monitor con un file!

Parliamo di altro, di qualcosa di raro, una creazione argentica magicamente trasformata per essere gustata come un pezzo unico e non ripetibile, nel quale la luce è ingabbiata al suo interno.

Questo è quello che vedo quando sgrano gli occhi di fronte ad una diapositiva creata da una fotocamera grandissimo formato 20x25cm, volti che vivono una propria luce, con una tale dettagliata ruvidità della pelle da far sorridere perché non si vede neanche ad occhio nudo.

WHY

Why reverse a black and white film to get a positive one?

Because it is the way to create a direct positve original by the extraordinary richness of detail, because it is unique and made alive by light, because you can make a backlight reveal the shape of an object.

It’s really a very detailed photograph, with fascinating nuances and deep densities, they take your eyes wondering marvelous.

 

8×10″ Camera, old orthochromatic film 25iso, 210mm lens

What you see is not something that happens every day, it is not a monitor with a file on it!

I’m talking about something else, something rare, photosensitive silver transformed magically to be tasted like a unique and unrepeatable piece, in which light is bundled inside it.

This is what I see when I shed my eyes in front of a slide created by a big 20x25cm camera, faces that live their own light with such a detailed skin roughness to make you smile because it does not even look alive with the your own eyes.

COME

Ci sono due modi per arrivare al risultato descritto, uno è quello di acquistare un kit chimico per l’ inversione delle pellicole bianco e nero già pronto e presente sul mercato, l’ altro è quello di consultare il bestseller della camera oscura, l’ immancabile “Fotoricettario Ghedina”.

In entrambi i casi, comprendere i passaggi, migliorarli per arrivare ad ottenere un risultato valutabile come buono, è estremamente impegnativo e richiede molto tempo ed esperienza.

Mi ci sono voluti oltre quattro giorni di totale isolamento e di immersione mentale nelle dinamiche della materia specifica, intuizioni, tentativi arrivati quasi al limite della pazienza e diverse consultazioni con il mio amico Mario, chimico e fotografo della lontana Sicilia.

La sorpresa arriva alla fine, dove si scopre che una volta trovata la via è tutto più facile.

HOW

There are two ways to get the result described, one is to buy a chemical reversal kit for black and white films ready to be found on the web, the other is to consult the bestseller of the darkroom, the mythical “FOTORICETTARIO GHEDINA”.

In both cases, understanding the steps, improving them to get a result that can be evaluated as good, is extremely challenging and make use of a lot of time and experience.

It took me more than four days of total isolation and immersion in the dynamics of this specific matter, intuitions, exhaustive attempts at the limit of patience and various consultations with my friend Mario, chemist and photographer from far Sicily.

The surprise ends when I realize it’s the way it is, it’s all easier.

 

Una delle difficoltà più insormontabili, è che ogni pellicola ha un diverso comportamento durante l’ inversione, anche la sensibilità reale può cambiare notevolmente. Una volta raggiunto il giusto equilibrio, la ricetta è pronta e può essere messa in pratica per il conseguimento del risultato previsto.Durante l’ esperimento sono state utilizzate pellicole 35mm, grande formato 4×5″, grandissimo formato 8×10″, di svariati marchi diversi, Ilford HP5, Ilford FP4, Ilford PAN F Plus, vecchie AGFAPAN 100 18×24 dei primi anni ’80, KODAK TRI-X, FOMAPAN 100, pellicole ortocromatiche non più in produzione e pellicole per arti grafiche.

KODAK PLATES P300, panchromatic plates of the sixties

Nel test sono state usate anche delle rarissime KODAK PLATES P300, lastre pancromatiche degli anni sessanta, di rara bellezza.

Dopo una adeguata ricerca della giusta sensibilità, tutti i film hanno dato ottimi risultati anche se molto diversi tra loro, dal contrasto alla separazione tonale, il margine di errore è veramente minimo.

One of the most insurmountable difficulties is that each film has a different behaviour during inversion, even the actual sensitivity can change considerably. Once the right balance is reached, the recipe is ready and can be put into practice to get the expected result.During the experiment were used 35mm film, large format 4×5 “, large format 8×10”, several different brands, Ilford HP5, Ilford FP4, Ilford PAN F Plus, old AGFAPAN 100 18×24 of the early 1980s, KODAK TRI-X, FOMAPAN 100, Orthochromatic films no longer in production and graphic arts films.

KODAK PLATES P300, enlarged detail

In the test was also used the rare KODAK PLATES P300 and panchromatic plates from the ’60s, with a rare beauty.

After a proper search for the right sensitivity, all the films have had very good results among them, from contrast to tonal separation, the margin to making mistakes is really minimal.

UN PROGETTO

Ho in programma un progetto che prevede positivi diretti di formato gigantesco e dovevo poter contare sulla possibilità di invertire pellicole di vario genere con discreta facilità.

La mia ricerca era volta alla semplificazione, cercare di riassumere il procedimento in pochi e semplici passaggi in modo da abbreviarne i tempi.

Il metodo che sono riuscito a mettere insieme, prevede l’ inversione di tutte le pellicole bianco e nero con tre soli e semplici passaggi in due bagni chimici.

Presto la renderò nota per tutti coloro che sono incuriositi ed attratti dalla fotografia sperimentale.

Il risultato mi soddisfa molto, la procedura mi apre le porte verso una nuova strada nel campo della sperimentazione, non poteva andare meglio!

A PROJECT

I plan on a project that provides direct positive effects of a giant format and I had to be able to count on the possibility of inverting various kinds of films with discreet simplicity.

My research was aimed at simplifying, trying to summarize the process in a few simple steps to shorten the time.

The recipe I have been able to carry out implicate the reversal of all black and white films with three easy and simple steps in two chemical baths.

Soon I will make it known to all those who are curious and attracted to experimental photography.

The result satisfy me a lot, the procedure opens the door to a new road in the field of experimentation, could not be better!

 

 

 

 

Pubblications

 

Test film ILFORD PAN 100 & 400, chiamala se vuoi, grana!

Articolo e test: Davide Rossi | laboratorio: Fine Art Labo

Mai usare un prodotto senza averlo prima testato a dovere.

E’ una regola che vale sempre, ancora di più nella fotografia tradizionale dove tempo, energie e pazienza, sono l’investimento più grande.

Le pellicole ILFORD PAN 100 & 400 sono disponibili in formato 35mm e sono le più economiche prodotte dalla casa.

Per saperne di più le ho acquistate per fare i test necessari a metterle alla prova. Per orientarmi faccio un giro in rete, leggo molte cose approssimate che non mi aiutano e decido di partire con i TEST. E’ necessario innanzitutto stabilire la REALE SENSIBILITA’ molto spesso diversa, anche in modo consistente, rispetto quella dichiarata dal produttore.

Le schede tecniche delle Ilford Pan 100 & 400 spiegano che questi prodotti NON sono disponibili in tutto il mondo, ma solo in alcuni Paesi, poi il produttore le presenta come pellicole dalla straordinaria resa tonale, elevata nitidezza e grana fine, caratteristiche che permettono forti ingrandimenti.

E’ molto strano, perché la prima cosa che noto di queste pellicole è proprio la grana molto evidente!

Ma procediamo per gradi e definiamo la reale sensibilità, che è la capacità di registrare le ombre, ovvero rintracciare la cosiddetta ZONA I, per chi mastica un poco il SISTEMA ZONALE (vedi articolo sul test pellicola).

 

Per fare questo mi servo di una gloriosa NIKON F4, uno dei ferri più robusti e pesanti mai prodotti da casa NIKON, un preciso esposimetro SEKONIC DUALMASTER spot 1 grado e dello sviluppo R09, attuale ricetta del mitico RODINAL, un rivelatore ad elevata acutanza con il quale si ottiene una elevata nitidezza, aumentando un poco la grana.

Il test pellicola richiede tempo, pazienza e tantissima attenzione poiché bastano un piccolo errore o una distrazione per invalidare la prova.

Molto interessanti i risultati delle sensibilità, rivelano che le pellicole sono abbastanza precise, si può anche sfruttare la tecnica del “tiraggio” per ovviare a situazioni di scarsa luminosità, operazione che comporta aumento di contrasto a discapito della gamma tonale.

Risultati alla mano

Dopo aver effettuato tutta la procedura per trovare la ZONA I nel test della sensibilità, che equivale alla densità minima in grado di registrare dettagli stampabili sulle ombre, si può affermare che:

ILFORD PAN 100 ha una sensibilità reale di 100 iso

tiraggio:
125 iso (piccolo tiraggio che richiede una compensazione aumentando il tempo nella fase di sviluppo, tempo di sviluppo x 1,15)
200 iso
(densità ZONA I molto poco leggibile, tempo di sviluppo x 1,5)
250 iso
(con questo tiraggio al limite, la ZONA I va praticamente perduta ed è quindi NON stampabile, tempo di sviluppo x 1,7)

ILFORD PAN 400 ha una sensibilità reale di 400 iso 

tiraggio:
500 iso (piccolo tiraggio che richiede una compensazione aumentando il tempo nella fase di sviluppo, tempo di sviluppo x 1,15)
640 iso (densità ZONA I molto poco leggibile, tempo di sviluppo x 1,3)
800 iso (con questo tiraggio al limite, la ZONA I è appena percettibile ed è NON stampabile, tempo di sviluppo x 1,5)

test eseguito con rivelatore R09 (rodinal)

 

Il test rappresenta la vera identità della pellicola, i tiraggi indicati sono gli unici possibili perché aumentando ulteriormente la sensibilità si perderebbero completamente le densità sulle ombre, quindi le ZONE più scure (I, II, III).

Va sottolineato che i dati sono relativi all’uso dello sviluppo R09 (Rodinal) e che un altro tipo di rivelatore potrebbe cambiare leggermente le caratteristiche dei film. 

Il test successivo necessario per determinare il giusto rapporto tempo/sviluppo utile a definire la ZONA VIII, relativa al massimo dettaglio stampabile nelle luci, richiede sempre molte prove perché il fotogramma va stampato ed equiparato ad un provino di riferimento.

 

 

Il corretto tempo di sviluppo con il rivelatore R09 (rodinal) è il seguente:

ILFORD PAN 100
RODINAL diluizione   1+25     9′ 30″     a 20 °C
RODINAL diluizione   1+50   19′ 30″   a 20 °C

ILFORD PAN 400
RODINAL diluizione   1+25    6′ 30″     a 20 °C
RODINAL diluizione   1+50  19′ 30″    a 20 °C

La diversa scelta di diluizione NON provoca mai alcuna differenza di risultato sul negativo, in quanto la maggiore diluizione è compensata dall’aumento del tempo di sviluppo. Questi dati sono fondamentali per ottenere una immagine accettabile con una densità e gamma tonale ideali per andare in stampa con una buona matrice.

 

 

 CONCLUSIONI

Pellicole dalla sensibilità nominale precisa, offrono possibilità di tiraggio non elevato. Come tutte le pellicole, è preferibile qualche errore verso la sovraesposizione piuttosto che verso la sottoesposizione, che appiattirebbe completamente l’immagine.

dettaglio da ingrandimento 50x60cm

Adatte ad ogni genere fotografico, presentano una grana elevata, che si può ridurre con sviluppi a grana finissima come il Kodak Microdol X e ILFORD PERCEPTOL, i quali richiedono però un aumento dell’esposizione.

Discreti gamma tonale e contrasto.

In conclusione il test offre un punto di partenza onesto per sperimentare questi materiali secondo le proprie idee, sfruttandone le caratteristiche che possono interessare ad un fotografo.

Il bello della fotografia è racchiuso in minima parte nella forma finale, per la maggior parte nel viaggio sperimentale.

 

scarica la scheda tecnica del produttore

 

 

Test film FOMA 320 RETROPAN SOFT

Articolo e test: Davide Rossi | laboratorio: Fine Art Labo

Il mondo della fotografia analogica è ancora tutto da scoprire, di questo ne sono convinto.

Tra i misteri fotosensibili c’è anche la FOMA 320 retropan soft, prodotto di recente distribuzione da parte di Foma, storico produttore di materiali fotochimici situato in Repubblica Ceca.

La pellicola in questione viene presentata come una 320 iso tirabile a varie sensibilità maggiori fino a 1250 iso.

Significa che questo prodotto “dovrebbe” registrare dettagli nelle ombre in ZONA I a 320iso (vedi articolo sul test pellicola) e, in modo minore, nelle sensibilità superiori fino a 1250iso.

Il test pellicola presso lo store di FOTOMATICA
Il test pellicola presso lo store di FOTOMATICA

Con molta curiosità mi sono precipitato da Fotomatica per l’acquisto, qualche 35mm per fare i test e delle piane da 4×5″ e 8×10″ per soddisfare la fame delle mie fotocamere grande formato.

Le pellicole hanno un ottimo rapporto qualità prezzo, un poco come tutti i prodotti fotografici di Foma, in genere per ottenere il massimo risultato è necessario testare i materiali in modo approfondito.

Ma ecco come stanno le cose in realtà

Dopo aver effettuato tutta la procedura per trovare la ZONA I nel test della sensibilità, che equivale alla densità minima in grado di registrare dettagli stampabili sulle ombre, si può affermare che:

FOMA 320 RETROPAN SOFT ha una sensibilità reale da 100 a 160 iso

test eseguito con rivelatore R09 (rodinal)

Non è possibile eseguire tiraggi, in quanto questo andrebbe a scapito delle densità sulle ombre perdendo completamente le ZONE più scure (I, II, III, IV).

Il test successivo necessario per determinare le luci, quindi la ZONA VIII relativa al massimo dettaglio stampabile nelle luci, ha richiesto molte prove, in quanto la pellicola è lenta nello sviluppo delle densità maggiori, che rappresenteranno le parti più chiare nella stampa.

Ne consegue che sono necessari tempi lunghi ed una quantità notevole di sviluppo per ottenere delle luci in grado di formare una gamma di contrasti accettabile.

Il corretto tempo di sviluppo con il rivelatore R09 (rodinal) è il seguente:

16′ 30″ diluizione 1 + 25 a 20 °C

Questi dati sono fondamentali per ottenere una immagine accettabile con una densità e gamma tonale ideali per andare in stampa con una buona matrice.

 

La cosa più curiosa di questa pellicola è però un’altra

Appena stampata un’ immagine in formato 24x30cm per avere il confronto con il negativo 10x12cm appena testato, ho notato una sensibilità spettrale dell’emulsione molto accentuata verso il colore rosso.
Lo si nota chiaramente sull’incarnato del viso ritratto, pelle e labbra molto chiare e anche sui colori della Kodak Color Separation Guides.

 

CONCLUSIONI

Per sfruttare correttamente la pellicola FOMA 320 soft è necessario esporla per la reale sensibilità che sta tra iso 100 e 160, altrimenti esponendola a sensibilità maggiori come suggerito, si otterrebbe un negativo piatto mancante di dettagli sulle ombre.
Il test è relativo al rivelatore con ricetta RODINAL (R09), effettuando un test con un altro rivelatore si potrebbero ottenere risultati leggermente diversi, ma non tali da raggiungere le sensibilità indicate dal produttore.
La particolare sensibilità spettrale verso il rosso, nella lunghezza d’onda della luce visibile, la rende molto poco piacevole nella fotografia di ritratto, interessante nel paesaggio per la resa del cielo e dell’acqua.
In pratica è come fotografare con un filtro rosso sempre innestato con una normale pellicola pancromatica.

 

Queste tre immagini sono state scattate nel formato 4×5″, nonostante ciò si possono notare una forte presenza della grana e una risolvenza mediocre, caratteristiche che, unite alla particolare sensibilità spettrale, mi ricordano parecchio le pellicole X-RAY.

Sicuramente è un prodotto che può trovare molte applicazioni interessanti, come ogni altro materiale fotosensibile, va testato e sperimentato in modo da trovare il contenuto estetico che può dare più soddisfazione.

 

 

Fotografia e terza dimensione

Articolo e fotografie: Davide Rossi

Ho un’ idea molto precisa di cosa intendo con il termine “qualità” ogni volta che mi trovo davanti ad una fotografia.

Già la parola fotografia ci costringe ad una selezione di carattere storico-culturale alla quale non possiamo sottrarci, ognuno di noi già da questo punto, è pregato di fare esame di coscienza attraverso una pillola per la stimolazione dell’onestà intellettuale, sono sullo scaffale tra le medicine invendute.

L’ esperimento che segue è rivolto a tutti quelli che NON scambiano l’accezione del termine “qualità” con l’ingrandimento al 100% sul monitor del PC, di una foto scattata a 35mp.

E qui ho già scremato l’85% dei foto-praticanti.

Quelli che restano sul pezzo, devono avere il coraggio di guardare avanti con gli occhi e indietro con la mente.

Adesso proviamo a raccogliere dei dati oggettivi per poterci orientare anche timidamente nel rispondere a certi quesiti che contengono termini alternativi a brightness, effects, megapixel, noise, resize, resolution, sharpen, saturation… altri termini disponibili sullo scaffale dei più venduti.

Che cosa sto cercando veramente con il gesto del fotografare?

Risposte esempio:

  • di accontentare i fan della mia pagina
  • di accontentare gli amici del club
  • di fare quello che mi hanno detto
  • di ripetere quello che ho visto sul web
  • di postare la foto e dimenticarla
  • di giocare con le attrezzature

Personalmente ritengo che la forma espressiva fotografica necessiti, piuttosto che di una rappresentazione documentativa modificata della realtà, di interpretazione oltre la forma estetica, in un processo che sviluppa contenuti mentali e contenuti visivi.

Se è vero che la figurazione estetica costruisce il reale, ovvero con la tecnica e l’inquadratura noi rappresentiamo forme, norme, regole, criteri e valori, con l’interpretazione come riflessione dell’esperienza possibile dovremmo invece rispondere alla domanda fatta sopra, cosa sto cercando nella fotografia?

Riusciamo a rispondere a questa domanda, oppure l’attuale sistematica metodologia di acquisizione delle immagini impedisce al pensiero di andare oltre ad una mera organizzazione di forma?

E attenzione!

Perché con quanto detto non intendo assolutamente riferire accuse unicamente alla tecnologia digitale, è più che altro una cultura contemporanea che sfrutta persone e mezzi per l’ottenimento del consenso nella massima velocità e nel massimo risultato di ascolti sui social, un modus operandi che ha oltrepassato la linea su cui si rimaneva imprigionati con il mezzo.

La scadenza propositiva mentale facilita chi fa uso di tecniche particolari per affermarsi comunque pur non avendo nulla da dire, la fotografia della tecnica senza la sostanza, altroché HDR, qua si va dal collodio alle antiche tecniche di stampa.

Nel mio piccolo test tra sistemi ho cercato di rappresentare il mito della profondità, della prospettiva e quindi della terza dimensione, un tema trattato con rarità.
Da molti anni studio il fenomeno e sono giunto ad alcune conclusioni di buon senso, ma prima di rivelarle è doveroso ribadire alcuni passaggi storici in un succo concentrato.

L’idea geometrica della prospettiva si affermò in pittura già nel Rinascimento italiano, possiamo dare ad essa la seguente definizione:
” La prospettiva designa un metodo di organizzazione della superficie piana dove tutti gli elementi rappresentati, cielo, oggetti, figure, sono considerati da un unico punto di vista e le dimensioni delle parti sono calcolate matematicamente in base alle distanze tra oggetti e soggetti 

Leon Battista Alberti Architetto e umanista ( 1404-1472), fu il primo a codificare le regole prospettiche attraverso la cosiddetta “piramide visiva“,

piramide visiva

sebbene l’arte della prospettiva non sia un’invenzione Rinascimentale emersa dal nulla, la macchina del tempo ci spinge ben più in là su una teoria di origine araba, un mix tra raggi visivi e geometria della luce, la figura ci mostra comunque, che vi è una complicità tra immagine e sguardo.

E’ importante essere coscienti del fatto che lo “sguardo” o il “punto di vista” sulla prospettiva, non è slegato da una determinata cultura, le sue basi sono connesse con tutto un insieme di valori cresciuti attraverso un processo di conoscenza collettiva, consuetudini sociali, politiche, economiche.

Si, il concetto di profondità è tutto questo, ma anche molto di più.

Il mondo reale è privo di immagini bidimensionali, una rappresentazione di due sole dimensioni che non abbia una collocazione spaziale, non è concepibile dalla mente umana.

L’applicazione delle regole prospettiche torna prepotentemente nella street art con la tecnica definita disegno 3D.

La prospettiva applicata è quella accelerata, la quale estremizza la visione con l’inganno ottico, la percezione di questi effetti sorprendenti è possibile soltanto da un punto di vista. Se infatti dovessimo girare attorno all’immagine essa tornerebbe nella sua bidimensionalità. La tecnica di realizzazione è molto complessa e necessita dell’uso di corde, convergenti in un punto per la creazione della struttura di base, poi segue la colorazione che completa la sensazione di tridimensionalità.

Nell’arte della pittura, la resa della tridimensionalità in un’opera di fatto bidimensionale, è chiamata Plasticità, cioè la capacità di articolarsi nello spazio in modo più o meno accentuato.

Il Ritratto di giovane donna è un dipinto olio su tavola di Rogier Van Der Weyden, databile al 1460 circa e conservato nella National Gallery of Art di Washington
Il Ritratto di giovane donna è un dipinto olio su tavola di Rogier Van Der Weyden, databile al 1460 circa e conservato nella National Gallery of Art di Washington

La si ottiene con vari stratagemmi, con il chiaroscuro, con la variazione degli spessori e dei volumi delle figure.
Già dal quinto secolo a.C. la questione fu affrontata dai pittori greci, in Italia si studiò il problema di come la luce possa illuminare realisticamente un soggetto, evidenziandone un maggiore realismo e quindi senso di rilievo, alla fine del XIII secolo.

Molte scoperte vennero sviluppate da Giotto e Masaccio, fino alla piena espressione dei volumi di Michelangelo e Raffaello.

In fotografia è possibile sviluppare il concetto di plasticità attraverso l’impiego di determinate attrezzature e con l’ausilio della tecnica.

Il punto di messa a fuoco, con la gestione della profondità di campo, sono sicuramente gli elementi principali di studio necessari ad ottenere i primi risultati, i quali possono variare in funzione di ottica impiegata, apertura del diaframma, e distanza del soggetto.

La profondità di campo viene definita estesa quando nell’immagine è tutto perfettamente nitido, oppure ridotta quando invece è percepibile lo sfuocato ed il punto di fuoco si riduce al minimo.
Attraverso lo studio della composizione e della luce, si può ottenere una variabile sensazione di tridimensionalità, sia che scegliamo di realizzare la foto tutta nitida, sia che scegliamo di farla nitida in un sol punto e di sfuocare il resto nella maniera maggiore possibile.

La variabile ulteriore, che può determinare una differenza in questo tipo di ricerca oltre a ottica, diaframma e distanza del soggetto, è la scelta del formato fotografico impiegato.

Le fotocamere grande formato hanno la peculiarità di poter aumentare molto la sensazione di tridimensionalità grazie ai corpi mobili, i quali permettono esaurienti correzioni prospettiche con i movimenti di decentramento, ma anche soluzioni creative insolite nella scelta dei piani di fuoco attraverso il basculaggio.

 

 

Le mie conclusioni finali in ambito di tridimensionalità mi hanno condotto ad una drastica soluzione in materia di attrezzature e tecnica adottata, ma soprattutto posso testimoniare e provare abbondantemente, che la materia assoluta capace di raggiungere la tridimensionalità, è la pellicola.
Se si cercano la profondità o la plasticità, quella è la via!

E’ inutile perdere tempo in chiacchiere su sistemi o tecnologie, dopo molti anni di sperimentazione nel mio laboratorio, il Fine Art Labo, posso liberamente affermare e dimostrare, che la pellicola rende la sua massima tridimensionalità attraverso le lenti di un ingranditore.
Ho stampe in cui oggetti e soggetti sembrano posati sopra la carta fotografica, negli ingrandimenti spinti, ovvero in stampe fino a 1,70 metri di lunghezza, si ha la sensazione di cadere dentro l’immagine, in pratica una versione fotografica della prospettiva accelerata proposta da Julian Beever nelle sue opere di street art.

Il punto di messa a fuoco in un ritratto realizzato in grandissimo formato, è talmente selettivo da ridurre la profondità di campo a pochi millimetri, le straordinarie possibilità di basculaggio permettono di seguire anche la rotazione ed inclinazione che può avere il soggetto.

In questi casi è necessario l’uso di una speciale stampella che mantiene immobile il soggetto, la sfocatura è talmente ampia da mettere a rischio il lavoro spostando il punto di fuoco dagli occhi alla punta delle ciglia.

Il respiro è anch’esso un rischio.

Meglio evitarlo nel momento dello scatto.

 

 

L’esperimento finale mostra i risultati di un confronto tra sistemi, il 35mm, il grande formato 10x12cm (4×5″) ed il grandissimo formato 20x25cm (8×10″), nel quale la parte sensibile è formata da ben 4 pellicole piane 10×12 unite insieme con del nastro adesivo trasparente nello chassis portapellicola.

La differenza dello sfuocato e della profondità di campo tra i diversi formati sono notevoli, fatta opportuna considerazione del divario visivo tra pellicole nella realtà e viste dal monitor, si potrebbe testimoniare che nel formato 20x25cm assumono un aspetto di livello mistico, l’uso della pellicola nella sua specifica peculiarità di rotondità, colore, spessore materico, sfumature infinite, portano l’occhio a raggiungere un livello di soddisfazione visiva tale da placare la mia sete di tridimensionalità.

Ecco finalmente tradotto il mio personale significato della parola qualità, voi raccontate il vostro.

 

 

Come costruirsi la propria Macchina Fotografica

articolo di DAVIDE ROSSI con Corrado Tria
" Ciao! Devo costruire delle fotocamere di cartone con scatole da scarpe, mi serve una cosa semplice e che funzioni bene perchè devo insegnare fotografia ai bambini in Albania e là non ci sono tante possibilità...

Inoltre servirebbe un modo per sviluppare istantaneamente le foto, ci dobbiamo arrangiare, non ci sono mica laboratori o cose simili, si può fare??
 Ah, una cosa importante, devo poter contare su tempi di posa abbastanza veloci, mica posso imbalsamare i bambini per fare una foto..."

"Ok, nessun problema!"

Questa espressione è un po’ il mantra del mio studio-laboratorio Fine Art Labo, risposi così anche a quelle strane domande fatemi da Corrado, che ho conosciuto in un social network.
Corrado, fotografo di mestiere, presta volontariato fin dall’infanzia, durante gli anni di attività in Italia, Africa e Albania, ha compreso a fondo l’importanza di aiutare persone più svantaggiate, cogliendo i valori di un reciproco arricchimento morale.

” Non mi sento rappresentato da questa società, sempre maggiormente basata sull’ipocrisia e sul cattivo esempio, promette ma non mantiene, mi sento cittadino del mondo e non prigioniero di un Paese… tanto meno di 4 mura.”

In Albania terrà dei laboratori didattici sulla fotografia, insieme ai bambini creerà delle macchine fotografiche partendo da una scatola da scarpe, aveva bisogno della mia collaborazione per raggiungere il suo scopo e si presentò nel mio studio con una scatola, nastro adesivo, forbici, taglierino e puntatrice.

” sono mesi che studio la situazione a Scutari, Albania, la mia intenzione è svolgere in loco il lavoro di fotografo una volta finito il periodo di volontariato. Vorrei poter fare un vero e proprio reportage assistito dalla mia compagna Federica.”

Corrado aveva già costruito un prototipo che si basava sul principio del foro stenopeico.

Esso fonda il proprio funzionamento sull’ esempio dell’occhio umano, stiamo parlando di intuizioni ed accostamenti alla camera oscura, fatti da Leonardo Da Vinci intorno al 1500.

costruirsi la propria macchina fotografica - occhio

Il foro stenopeico, ovvero un semplice forellino di qualche decimo di millimetro sulla superficie di un oggetto, lascia passare una parte dei raggi luminosi i quali vengono proiettati all’interno dell’oggetto stesso formando un’immagine che ha due caratteristiche, quella di essere reale, quindi proiettata su uno schermo e quella di essere capovolta.

costruirsi la propria macchina fotografica - Camera ObscuraQuesto genere di fotografia ha caratteristiche molto particolari, estesa profondità di campo, nitidezza limitata ed ha bisogno di molta luce per compensare le dimensioni infinitesimali del forellino, che spesso costringe a tempi di posa molto lunghi.

Corrado definisce il suo prototipo “scatola fotografica professionale” poiché è costruita con una lente di ingrandimento biconvessa al posto del forellino, la quale fornisce una lunghezza focale di 90mm e permette una apertura fissa di f2, garantendo una luminosità eccellente e di conseguenza un tempo di posa breve, che calcolai in 1/60 all’ombra.
Il risultato fotografico si discostava dal classico foro stenopeico.
Il progetto necessitava però di diverse modifiche per poter funzionare bene e dare un risultato fotografico di impatto, costante. La volontà e era quella di creare un oggetto da poter riprodurre in serie facilmente, costituito di materiali reperibili nel cassetto della credenza.

 

banner_corso-scatola

Decisi di usare della carta fotografica diretta come materiale sensibile da porre dentro la “scatola fotografica”, è l’unica via per poter sviluppare delle foto in luce di sicurezza di una camera oscura improvvisata, magari trasportabile. Un bel vantaggio per chi può contare solo sulle proprie risorse e si trova in giro per il mondo, l’ unico problema da superare è la bassissima sensibilità delle carte che si aggira intorno a ISO 3 e che in genere costringe a tempi di posa molto lunghi.

La scatola prototipo era stata arricchita da un sistema di messa a fuoco mobile costituito da una scatola più piccola che scorre all’interno di quella più grande e con un bellissimo vetro smerigliato fatto con il nylon di una sportina. Visione progettuale affascinante, ma poco funzionale, la scatola tirava dentro parecchia luce……
Ovviai al problema con un piccolo pezzo di stoffa nera posto sulla sezione della scatola dedicata alla messa a fuoco.
Adesso mancava un otturatore, la lente usata è talmente luminosa da non poter permettere il classico uso di un tappo per eseguire la posa, tutti i risultati davano una forte sovraesposizione.

Serviva una cosa facile da usare e costruire, che permettesse di ottenere un tempo di otturazione di 1/60 di secondo circa. Mi inventai una tendina a tenuta di luce fatta di cartoncino e pass-partout, per azionarla è sufficiente tirarla con la mano, si presenta brutta da vedere, ingombrante, ma funziona.
Ultimate le modifiche ed aggiustato il prototipo, iniziammo una sperimentazione estenuante, fatta di fondamenti di fotografia e tentativi di esposizione. La lunga giornata di lavoro condusse a dei buoni risultati, la messa a fuoco variabile si confermò efficace per le foto di ritratto.

 

” In Africa vado in Togo tramite l’associazione Oltre i Confini Onlus (alla quale è possibile destinare il 5×1000). Là il compito dei volontari è quello di costruire una scuola. Abbiamo scelto questa destinazione perché ci da la possibilità di vivere assieme alle persone del posto, in quel villaggio manca anche l’indispensabile come l’acqua e la corrente elettrica.

La soddisfazione più grande? Ricevere un grazie o un sorriso sincero ma soprattutto vedere che unendo le conoscenze e le forze si possono ottenere risultati inimmaginabili”