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casa colonica
Casa del gruppo di Ca'Vendramin

I Casolari nel Delta del Po

Un reportage fotografico in bianco e nero sui casolari abbandonati dispersi nel Delta del Po.

Il territorio del Delta del Po è sicuramente molto affascinante, da anni attira turisti, birdwatcher, amanti della natura.

La storia ci racconta di un trionfo dell’uomo su un paesaggio ostile, una terra quasi indomabile, considerata malsana e inadatta all’agricoltura.

Le comunità che si sono succedute per il controllo del territorio, ebbero la necessità di trovare una sorta di convivenza pacifica, un equilibrio tra il lasciarsi soggiogare dalla natura ed il sottometterla alle proprie volontà.

Ancora oggi l’insopportabile umidità ambientale ci rammenta le origini della regione del Delta, dove il prodotto tipico del posto è la zanzara. Un record di misura e quantità quello delle zanzare, non si può pensare di muoversi in zona senza aver fatto prima il bagno nella citronella.
Allagamenti e piene hanno in passato ripetutamente compromesso il lavoro dell’uomo ed i suoi insediamenti, fenomeni caratteristici che hanno permesso la coltivazione del riso, il quale trova qui le condizioni perfette per una sua ottima resa.
Le zanzare, nel loro piccolo, diventano complemento del particolare ecosistema in quanto, attraverso le loro larve, contribuiscono a purificare l’acqua degli acquitrini dalle impurità.

Il paesaggio del Delta nel corso dei secoli è cambiato enormemente, tanto per le sue caratteristiche idrologiche, quanto per le scelte dell’uomo di intervenire o meno su quelle peculiarità.
Famoso fu il cosiddetto “Taglio di Porto Viro”, un’imponente variazione del corso del fiume avvenuta nei primissimi anni del XVII secolo (1604), che evitò l’interramento di alcune zone della laguna e nello stesso tempo permise la bonifica di altre.
La presenza dell’uomo in questo caso non fu certo discreta e cambiò per sempre il futuro del Polesine. La bonifica di molti territori, la costruzione delle primitive idrovore ed il loro sviluppo tecnologico in veri e propri consorzi dedicati, hanno reso la presenza degli insediamenti umani attiva e consistente.

Nelle regioni estreme del Delta Padano, dove si pensa non possa esserci altro che cielo, acqua e terra, prevale una visione originaria caratterizzata dal contrasto della trama degli insediamenti sul territorio.

Luca Chiavegato, che qui ci è cresciuto, conosce bene i segni architettonici che rappresentano la mutazione umana all’adeguamento delle condizioni ambientali, prove di simbiosi con il paesaggio sotto forma di strutture isolate, costruzioni oramai pericolanti, vecchi casolari.
Dal 2013 raccoglie e documenta con la sua fotocamera, tracce di vita passata setacciando il territorio in modo paziente e meticoloso, fermando il tempo e la memoria prima che la natura riprenda i propri spazi e cancelli definitivamente la testimonianza di un popolo.
Nelle sue fotografie, le strutture silenziose e vuote sembrano emanare un particolare fascino, che lascia spazio all’eco ancora percettibile della vita quotidiana intensa del passato.

Luca racconta le sue origini, ancora molto vive, lo fa accostando ricordi di luoghi ad immagini emozionanti, con silenzioso rispetto e profonda sensibilità, muove i propri passi in queste cattedrali della memoria polesana, studiando luce ed inquadrature, rincorrendo orari ed atmosfere.

Abitazioni condivise si distinguono dai particolari camini, la stalla, il porcile, la grande aia davanti agli ingressi, hanno oramai lasciato spazio alle piante di fico selvatico che fanno da guardiane sia fuori che dentro le rovine.
I casolari erano gestiti da mezzadri che si occupavano dei lavori agricoli, usufruivano della casa e di tutti i servizi annessi per conto del proprietario del terreno.

Le disposizioni delle strutture sono tutte molto simili e rappresentative della cultura Polesana, si possono identificare le proprietà degli immobili attraverso i tipici stemmi dei possidenti rimasti appesi ed ancora leggibili.
L’arrivo dell’ energia elettrica, il cambiamento inevitabile dei contratti agricoli che dominavano la campagna, la costruzione di strade più agevoli come connessione tra più grandi centri abitati, portarono all’abbandono delle zone più isolate e alle concentrazioni abitative intorno ai paesi. Si perse l’uso di abitare tra i campi, era più facile raggiungere l’aperta campagna muovendosi nei paesi vicini come Taglio di Po o Porto Tolle, per poi spostarsi e coltivare la terra.

Lo scanno Cavallari, nella zona più a nord, che negli anni ’50 contava circa 800 persone, ora è una spiaggia. Scanoboa, isola conosciutissima poco lontano dal Po di Pila, era abitata da pescatori dello storione e sfruttata per la raccolta della canna palustre, ora è completamente deserta.
Si racconta di un contadino che scambiò la sua casa di pietra con una di canna, per poter comodamente piantare la sua falce al muro la sera, quando rientrava dal lavoro nei campi.

Sono aneddoti che ci danno veramente l’idea di come fosse la vita qui, fino a 50 anni fa. Nei bui pomeriggi invernali, con la nebbia… Questi casolari così isolati e suggestivi, devono aver costituito una sorta di ultimo riparo prima della natura più ostile, del fiume e del mare stesso.

Una immagine rassicurante quella di un passato, forse nemmeno troppo lontano, in cui le comunità umane tenevano conto delle esigenze dell’ecosistema in un rapporto basato sulla sostenibilità ambientale.

Le immagini sono la prova di un’altra conquista del popolo insediato, sono i segni di un emozionante territorio che ci racconta il passato.

Un invito a visitare questa terra e ad incontrare un popolo che racconta attraverso gli sguardi, provato dalla storia, ma ospitale, profondamente legato alla tradizione e amante della vita.

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